I versi di Lando ci riportano indietro di diversi decenni, quando all’epoca del periodo a cavallo tra le due Guerre, l’Italia era ancora - e pienamente - un popolo di Santi, Poeti e Navigatori. Ovviamente in questa sede ci interessano di più i Poeti e ci troviamo quasi in soggezione a dover fare una doverosa ammissione - che, lungi dal voler celebrare in maniera fine a se stessa il volumetto di Gattogrigio Editore, mira ad una considerazione fugace, relativamente all’annosa domanda “ma che fine hanno fatto i poeti italiani?” - riguardo all’arte poetica praticata da questo oscuro - quanto a natali, dati anagrafici o altro - poeta contemporaneo.
Lando è poeta del verso pieno e rapido all’italiana. La sua superiorità si esplica in un dettato essenziale, colloquiale, quotidiano, realistico. Gli afflati lirici vengono offuscati volontariamente dal tracciato morbido ma strutturato. La tematica amorosa si abbraccia alla satira mordace, una ironia che strappa sorrisi, uno sguardo all’esistenza e particolarmente alle donne - o alla donna - di cui canta le forme mescendo sentimentalismo e atto pratico.
In sede introduttiva Lando viene accostato all’ultimo Montale e noi, in sede di rielaborazione del pensiero post lettura, non possiamo che trovarci in accordo con Fabio Alessandria.
Alessandra Di Gregorio






A BARACK HUSSEIN OBAMA
Dal tumulto emerge un emblema, un’incisione,
l’alba, un giovane Negro in cappello di paglia e tuta da lavoro,
un emblema d’impossibile profezia, una folla
come divisa dal solco scavato dal mulo,
separata per il suo presidente: un campo screziato di cotone
come neve
quaranta acri, di folla dai presagi prevedibili
che il giovane contadino ignora essere i suoi avi,
mai dimenticati, dai capelli di cotone
mentre sono allineati da una parte, è
una tesa
corte di gufi con gli occhiali e, sul campo
che gli sfugge –
uno spaventapasseri gesticola, bollandolo
con rabbia.
Il piccolo aratro continua su questa pagina rigata
oltre il suolo che geme, l’albero che lincia, la nera
vendetta del tornado
e il giovane contadino avverte il cambiamento nelle vene,
nel cuore, e muscoli, tendini,
finché la terra non rimane aperta come una bandiera, come
la sicura luce dell’alba che colpisce il campo
e i solchi attendono la semina.
Derek Walcott 4.11.2008, traduzione in italiano di Eleonora Matarrese
Out of the turmoil emerges one emblem, an engraving —
a young Negro at dawn in straw hat and overalls,
an emblem of impossible prophecy, a crowd
dividing like the furrow which a mule has ploughed,
parting for their president: a field of snow-flecked
cotton
forty acres wide, of crows with predictable omens
that the young ploughman ignores for his unforgotten
cotton-haired ancestors, while lined on one branch, is
a tense
court of bespectacled owls and, on the field's
receding rim —
a gesticulating scarecrow stamping with rage at him.
The small plough continues on this lined page
beyond the moaning ground, the lynching tree, the tornado's
black vengeance,
and the young ploughman feels the change in his veins,
heart, muscles, tendons,
till the land lies open like a flag as dawn's sure
light streaks the field and furrows wait for the sower.
Derek Walcott (premio Nobel 1992)


LA PIRAMIDE di Leonardo Tonini, euro 2.
NUGAE, di Isabella Bonati, euro 2.
MANIFESTA OFFICINA DI INPUT, di Ernesto Valerio, euro 2.
OLTRE L'ASSENZA, di Luca Cremonesi, euro 2.
VIETATO L'INGRESSO AGLI ESSERI UMANI, di Cristoforo Ramundi, euro 2.